A Roma, dove la storia si intreccia ogni giorno con le fragilità del presente, il XXVII Congresso dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica ha acceso i riflettori su un tema tanto concreto quanto spesso taciuto: la tossicità finanziaria del cancro.
Non si parla di effetti collaterali clinici, ma di quelli economici: delle spese che un paziente è costretto a sostenere, delle giornate di lavoro perdute, della difficoltà di far fronte ai costi di trasporto, di farmaci non rimborsati, di integratori o fisioterapia. In media, oltre 1.800 euro l’anno escono dalle tasche di chi lotta contro la malattia, anche in un Paese che vanta un sistema sanitario pubblico.

Roma, con i suoi grandi centri oncologici ma anche con le sue periferie difficili da raggiungere, è lo specchio di questa contraddizione.
Le distanze tra casa e luogo di cura, il traffico, la scarsità dei collegamenti pubblici e i costi di parcheggio si sommano come un ulteriore ostacolo. Per molte persone, il viaggio verso l’ospedale è già parte della fatica quotidiana della malattia. E se a questo si aggiunge la perdita del lavoro — una donna su sei lascia l’impiego dopo la diagnosi, secondo i dati AIOM — il cancro diventa anche una questione di sopravvivenza economica.

In questa città, dove si incrociano storie di cura e di resistenza, la malattia diventa un fatto sociale. Non solo una questione sanitaria, ma una ferita collettiva che interroga istituzioni, associazioni e cittadini.
Le reti oncologiche regionali, ancora non pienamente operative in tutto il Lazio, potrebbero fare la differenza: avvicinare i servizi, coordinare l’assistenza, garantire un accompagnamento reale, anche economico, ai pazienti e alle loro famiglie.

Le associazioni romane — dai gruppi di volontariato ai comitati di quartiere — stanno già colmando molti vuoti con iniziative solidali: trasporti gratuiti, raccolte fondi, supporto psicologico, reinserimento lavorativo. Ma serve di più: serve una visione condivisa di “cura sostenibile”, in cui la salute non impoverisca, ma restituisca valore alla vita.

Perché guarire non significa solo sconfiggere la malattia: significa poter tornare a vivere con dignità, senza che il portafoglio diventi un nuovo campo di battaglia.