Le microplastiche non sono più un problema lontano, confinato agli oceani. Sono state trovate nella placenta umana (Ragusa et al., Environment International, 2021), nel sangue (Leslie et al., Environment International, 2022), e nel cervello di persone decedute — con concentrazioni più alte nei campioni del 2024 rispetto a quelli del 2016, segno di un’esposizione in aumento (Nihart et al., Nature Medicine, 2025). Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2024 (Marfella et al.) ha trovato che i pazienti con più microplastiche nelle placche arteriose avevano un rischio 4,5 volte maggiore di infarto, ictus o morte entro tre anni. Non è più una domanda se le microplastiche entrino nel corpo umano — la domanda è cosa ci facciano una volta dentro, e qui la scienza è ancora in piena costruzione.

Il rischio, con onestà

Va detto subito, con chiarezza: le microplastiche non sono, ad oggi, classificate come cancerogene da nessuna agenzia regolatoria internazionale. Non esiste ancora una valutazione IARC formale, a differenza di sostanze come l’amianto o il fumo di tabacco. L’evidenza attuale è in gran parte preclinica — studi di laboratorio e su modelli animali — insieme a dati crescenti sulla presenza ubiquitaria di queste particelle nei tessuti umani. Questo non significa che il rischio sia inesistente; significa che siamo nella fase in cui la scienza raccoglie le prove, non in quella in cui può ancora dare un verdetto definitivo.

La motivazione biologica

Il meccanismo più studiato e meglio documentato riguarda il modo in cui il sistema immunitario reagisce a particelle che non riesce a eliminare. I macrofagi — le cellule del sistema immunitario che normalmente digeriscono ed eliminano corpi estranei — non riescono a smaltire completamente le micro e nanoplastiche. Il tentativo ripetuto e fallito di eliminazione attiva l’inflammasoma NLRP3 e la via NF-kB, generando un’infiammazione cronica di basso grado (Biomedicines, 2026; Molecular Cancer, 2025).

Due fattori determinano quanto una particella sia problematica più del tipo di plastica in sé: la dimensione (le nanoplastiche penetrano più a fondo nei tessuti e attivano una risposta immunitaria più marcata rispetto ai frammenti più grandi) e l’invecchiamento della plastica (superfici usurate, con microfratture, adsorbono più facilmente altre sostanze chimiche, incluse quelle rilasciate dal materiale stesso, come i plastificanti nel caso del PVC).

A questi meccanismi si aggiunge lo stress ossidativo diretto: le specie reattive dell’ossigeno generate in risposta alle particelle possono raggiungere il nucleo delle cellule e danneggiare il DNA.

In sintesi: il meccanismo proposto non è “le microplastiche mutano il DNA direttamente” come primo sospettato, ma piuttosto “le microplastiche mantengono attiva un’infiammazione cronica che il corpo non riesce a spegnere” — lo stesso tipo di processo già ben documentato per altre esposizioni croniche non risolvibili, come l’amianto.

Il caso pratico: il calore è la variabile che conta di più

Uno studio dell’Università del Nebraska-Lincoln (2023) ha misurato quanto rilascio di particelle produce il gesto più comune in cucina: scaldare cibo in un contenitore di plastica al microonde. Il risultato: fino a 4,22 milioni di particelle di microplastica e 2,1 miliardi di particelle di nanoplastica per centimetro quadrato di superficie del contenitore, rilasciate direttamente nel cibo.

Il tipo di plastica conta meno di come viene usata. Il PVC (la pellicola trasparente comune) rilascia plastificanti oltre a frammenti quando riscaldato; i contenitori graffiati o opachi rilasciano molto più di quelli integri; gli alimenti grassi, oleosi o acidi (sughi, marinate, oli) accelerano il distacco di particelle dalla plastica anche a temperatura ambiente.

Le soluzioni percorribili

Non esiste un modo per eliminare le microplastiche già accumulate nell’organismo — l’unica leva realmente disponibile oggi è ridurre l’esposizione futura. In ordine di impatto atteso:

  • Non scaldare mai cibo in contenitori di plastica — né al microonde né versandovi liquidi bollenti. È la misura singola con l’effetto maggiore misurato finora.
  • Evitare la pellicola PVC a contatto diretto con cibo caldo, grasso o acido — sostituirla con carta forno o un coperchio.
  • Sostituire i contenitori graffiati, opachi o danneggiati, e non tagliare cibo con utensili metallici dentro contenitori di plastica.
  • Non conservare a lungo cibi grassi, oleosi o acidi in plastica (sughi di pomodoro, olio, marinate) — preferire il vetro.
  • Preferire vetro, acciaio inox o ceramica per tutto ciò che va scaldato o conservato a lungo, riservando la plastica allo stoccaggio a freddo di cibi non grassi.

Una nota sulla nostra prospettiva di ricerca: in KRONEMED studiamo il modo in cui il tessuto circostante — la sua infiammazione cronica, la sua capacità di eliminare ciò che non riconosce — influenza lo sviluppo tumorale tanto quanto le alterazioni genetiche. Le microplastiche, con il loro meccanismo di infiammazione cronica non risolvibile, rientrano esattamente in questo tipo di domanda di ricerca. È un’ipotesi di lavoro che stiamo seguendo con attenzione, non una conclusione: la classificazione ufficiale del rischio spetta alle agenzie regolatorie internazionali, sulla base di evidenza che è tuttora in costruzione.

Fonti principali: Ragusa A. et al., Environment International 146:106274 (2021); Leslie H.A. et al., Environment International 163:107199 (2022); Garcia M.A. et al., Toxicological Sciences 199:81-88 (2024); Marfella R. et al., New England Journal of Medicine (2024); Nihart A.J. et al., Nature Medicine (2025); Biomedicines 14(1):1 (2026); studio Università del Nebraska-Lincoln sul rilascio di microplastiche da riscaldamento al microonde (2023).