Il contributo pubblicato da Vos e colleghi su eClinicalMedicine nel 2025 propone un riesame dell’idea, molto diffusa nella pratica clinica, secondo cui un numero maggiore di esami, trattamenti e controlli implicherebbe automaticamente una migliore qualità dell’assistenza oncologica. Gli autori non suggeriscono un ridimensionamento della cura, ma un’analisi più attenta del rapporto tra benefici reali, potenziali rischi e impatto sul paziente e sul sistema sanitario. L’obiettivo è stimolare un dibattito su come garantire cure appropriate senza rinunciare alla sicurezza e senza alimentare aspettative non realistiche.

Overdiagnosis e le sue implicazioni

Uno dei punti centrali è il fenomeno dell’overdiagnosis. Con questo termine si indica la diagnosi di tumori che, pur essendo presenti, non avrebbero mai causato sintomi né compromesso la vita del paziente. È un effetto collaterale noto dei programmi di screening, soprattutto quando estesi a popolazioni a rischio molto variabile o quando le tecniche di imaging diventano così sensibili da intercettare anche lesioni a crescita estremamente lenta.

Overuse e overtreatment: un equilibrio da ritrovare

L’overuse riguarda tutte quelle prestazioni sanitarie – esami, procedure, visite di controllo – che non modificano in modo sostanziale gli esiti clinici. L’overtreatment, invece, si riferisce a trattamenti che risultano più intensi, prolungati o invasivi rispetto a ciò che le evidenze disponibili suggerirebbero come sufficiente. Un approccio più misurato potrebbe essere considerato, come per esempio:

• screening che identificano un numero elevato di lesioni indolenti
• trattamenti impostati ancora sulla dose massima tollerata, anche quando studi successivi indicano che dosaggi inferiori possono essere efficaci
• follow-up molto frequenti dopo trattamenti per tumori a basso rischio, sebbene molte recidive vengano comunque individuate dai sintomi riferiti dal paziente

Il rischio del disimpegno e la necessità di chiarezza

La discussione sul “less is more” può generare preoccupazioni tra pazienti e operatori. Se interpretata in modo rigido, potrebbe essere percepita come un invito a ridurre le prestazioni per motivi economici o organizzativi, con il timore che venga a mancare la presa in carico. Per evitare questo rischio, diventa essenziale distinguere tra “fare meno” e “fare meglio”. La riduzione di interventi non utili non deve tradursi in una riduzione dell’attenzione clinica.

Una prospettiva di equilibrio

Il lavoro di Vos e colleghi non propone soluzioni definitive, ma mette in evidenza la necessità di un approccio più attento all’appropriatezza. “Less is more”, in questa interpretazione, indica la possibilità di una cura che rimanga completa ma più proporzionata, con scelte basate sulle evidenze e pensate per evitare interventi potenzialmente inutili. È una prospettiva che invita alla prudenza, alla valutazione continua e al dialogo tra tutte le figure coinvolte nel percorso oncologico.