Sabina Bietolini, PhD, biologa nutrizionista, esperta in nutrizione oncologica

 

Tre termini, tre modi diversi di parlare di vitamina B9.

Il primo, acido folico, è di sintesi, presente negli integratori, con capacità di assorbimento anche doppia rispetto all’analogo naturale, specialmente se nella forma cosiddetta “metilata”.

Il secondo, folato, si assume dal cibo, ma essendo termolabile, gli alimenti crudi ne sono la fonte migliore: verdure a foglia, nocciole, avocado….

Il terzo, folina, è il nome commerciale di un integratore di acido folico sintetico, a dose 5mg ovvero oltre 16 volte il fabbisogno giornaliero raccomandato che è poco più di 300mcg (SINU-LARN).

Esiste poi un cosiddetto UL= Upper Limit ovvero un limite massimo di assunzione per restare in sicurezza, che, per l’acido folico, è pari ad 1 (UNO) milligrammo, comprendendo sia l’integrazione di acido folico che il folato dal cibo (ISS, 2006; SCF, 2000).

Come ci siamo arrivati a 5mg e a volte addirittura a 15mg?

Probabilmente perchè le aziende producono e pubblicizzano tali mega dosi e molti professionisti, senza guardare le etichette e/o consultare la letteratura scientifica in merito, li consigliano, considerandolo “solo un integratore”?

 

Ma è sicuro?

Capiamolo insieme.

 

L’acido folico è una delle vitamine del complesso B, in particolare si chiama vitamina B9 (un nome meno friendly è acido pteroilglutammico).

Folati e acido folico possono entrambi svolgere le caratteristiche funzioni fisiologiche della vitamina B9, ma se è vero che assumere folati in eccesso dal cibo è abbastanza improbabile, è invece molto facile assumere acido folico in eccesso da integratori, soprattutto se li si assume ad alte dosi e per lunghi periodi.

In tal caso, una delle più note conseguenze è che verranno mascherati i segni di una eventuale carenza di vitamina B12, con derivanti rischi sia per anemia megaloblastica, che per iperomocisteinemia e per la salute del sistema nervoso, potendo portare a danni neurologici seri (formicolii, difficoltà a camminare e problemi di memoria), talvolta permanenti, verso i quali nulla può l’acido folico (ISS, 2006; Miller et al. 2024).

È essenziale, ovvero è necessario assumere folati dal cibo perchè non siamo in grado di autoprodurceli e per il nostro corpo sono indispensabili perchè intervengono in molteplici compiti fondamentali: formazione dei globuli rossi, metabolismo delle proteine, controllo dell’iperomocisteinemia, se di concerto con altre vitamine del complesso B, prevenzione della spina bifida in gravidanza, nonchè sintesi, riparazione e metilazione del DNA, processi imprescindibili per il mantenimento della normale funzione cellulare e per la formazione di nuove cellule.

Quest’ultimo ruolo biologico porta con sè una doppia azione in ambito oncologico, definita relazione ad U: sia la carenza che l’eccesso di acido folico sono stati implicati nello sviluppo di vari tipi di cancro (prostata, pancreas, colon, seno, etc.), suggerendo che il mantenimento di livelli ottimali sia cruciale e da ricercarsi, evitando carenze oppure eccessi (Chuang et al. 2011; Wien et al. 2012).

Una carenza di acido folico, infatti, può compromettere la sintesi e la riparazione del DNA, causando instabilità cromosomica e mutazioni che possono innescare trasformazioni cancerose (Duthie 1999).

Un eccesso di acido folico, specie se vi sono già cellule precancerose o cancerose, può contribuire a sostenere alti tassi di crescita, fornendo acidi nucleici, timidilato e purine, per la sintesi del DNA, necessari per le nuove cellule (Thabet et al. 2024; Cao et al. 2023).

Sono stati pubblicati numerosi articoli scientifici che discutono su come l’acido folico possa influenzare le neoplasie, spaziando dalla sua capacità di ridurre il rischio o la progressione del cancro, ad aumentare la suscettibilità allo sviluppo del cancro oppure a nessuna associazione.

 

Alla luce di queste brevi considerazioni, risulta abbastanza anomala una delle frasi più gettonate al momento:

l’acido folico è stato sdoganato in oncologia.

Ma su quali dati si basa questa affermazione, ormai diffusa nel mondo dei professionisti della salute?

Le cellule tumorali, caratterizzate da una divisione rapida e incontrollata, presentano una maggiore necessità di sintesi del DNA, rendendo l’acido folico cruciale per la loro proliferazione.

Quindi, un eccessivo apporto di acido folico, soprattutto in presenza di lesioni preneoplastiche, può favorire la crescita tumorale a causa del suo ruolo nella sintesi del DNA (de la Torre Guzmán et al. 2025) e tale ruolo non può cambiare, era svolto in passato e lo è tuttora.

Esistono persino farmaci anti-folati in oncologia, che rappresentano un paradigma terapeutico ben consolidato, il cui fine è compromettere la sintesi dei nucleotidi, i quali sono indispensabili per produrre nuove cellule (Sohn et al. 2004).

Inoltre, studi recenti hanno rivelato come il ciclo dei folati possa influenzare la progressione del cancro e il microambiente tumorale attraverso la regolazione della difesa antiossidante, della attività mitocondriale e del rilascio di formiato, svelando il contributo degli intermedi del ciclo dei folati per la crescita tumorale, la disseminazione metastatica e il microambiente tumorale (Lee et al. 2024).

Quindi, sia ricerche recenti che datate (vedi Bibliografia), non lasciano dubbi in merito al duplice ruolo dell’acido folico, per il quale la provenienza e relativa dose fanno la differenza: si rimane in sicurezza assumendo naturalmente piccole dosi di folati dal cibo, oppure integrazioni di acido folico, ma SOLO se in dosi raccomandate dai LARN-SINU (circa 0,4 mg/die).

Una recentissima revisione “ombrello” ha incluso cinque meta-analisi di studi clinici randomizzati controllati o studi osservazionali che descrivono le associazioni tra l’esposizione ai folati e il rischio di cancro del colon-retto. Il consumo di folati attraverso la dieta e l’assunzione totale di folico possono essere benefici nella prevenzione primaria del cancro del colon-retto. Tuttavia, gli integratori di acido folico possono inibire la carcinogenesi del colon-retto nei tessuti normali, promuovendo però al contempo il cancro nei focolai neoplastici già presenti (Kherbek et al. 2022).

Inoltre, un eccesso di folati, con concomitanti bassi livelli di vitamina B12, ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza delle cellule staminali tumorali in una linea cellulare di carcinoma epatico, aggravando il cancro (Aishwarya et al. 2025).

Diverse recenti ricerche dimostrano che molte cellule tumorali possono aumentare l’espressione dei recettori di membrana corresponsabili dell’assorbimento di folati, nonché l’espressione di alcuni enzimi critici dipendenti dai folati, necessari per la sintesi del DNA (Kelemen 2006; Voeller et al 2004).

Infatti, le cellule che si dividono aggressivamente, come quelle presenti nei tumori solidi, hanno alti tassi di consumo di alcune vitamine, quindi sovraesprimono i recettori necessari per il loro assorbimento (Russell-Jones et al. 2004).

Esistono due recettori per i folati, FR-a e FR-b, entrambi espressi nei tessuti maligni di origine epiteliale e non epiteliale. I livelli di espressione di FR nei tumori sono stati anche direttamente associati allo stadio del tumore (Kelemen 2006).

 

Forse tali recettori sono limitati e/o presenti solo in alcuni rari tumori?

 

Purtroppo no. I recettori suddetti sono stati rilevati nei seguenti tipi di carcinoma: ovarico (>90%), cervello (66%), polmonare (50%), carcinoma renale (50%), mammario (25%), ma anche in quello endometriale, del colon-retto e in cellule ematopoietiche mieloidi (Russell-Jones et al. 2004).

Tali livelli di espressione di FR, aumentati nei tumori rispetto ai tessuti sani, sono stati anche direttamente associati alla crescita tumorale e sono quindi da considerarsi un possibile bersaglio per migliorare i risultati della terapia antitumorale, sia usando l’acido folico come un cavallo di troia, per veicolare farmaci antitumorali, sia usando FR come target di anticorpi monoclonali (Cheung et al. 2016).

 

Dalla letteratura scientifica, ecco una serie di affermazioni, tratte e tradotte da ricerche peer-reviewed* pubblicate su riviste scientifiche internazionali, che possono aiutare a ridurre le incertezze sul ruolo dell’acido folico in oncologia:

– un’assunzione eccessiva di folati può aumentare la probabilità di crescita di cellule precancerose (Kherbek et al. 2022)

– uno studio clinico randomizzato (RCT) ha indicato una correlazione tra l’integrazione di acido folico e un aumento del rischio di lesioni preesistenti e del numero di adenomi nel colon (Cole et al. 2007)

– un apporto molto elevato di acido folico può potenzialmente aumentare la crescita di un tumore al seno già esistente (Kim 2004)

– diversi studi hanno evidenziato che gli individui di età superiore ai 50 anni che assumono vitamine del gruppo B, come la B9 e la B12, presentano un rischio maggiore di cancro in generale, in particolare di cancro del colon-retto (Oliai Araghi et al. 2019). La capacità dell’acido folico di fornire gruppi metilici può infatti potenziare il processo di metilazione del DNA, portando in definitiva alla riduzione dell’espressione dei geni oncosoppressori e all’aumento della crescita e della progressione del carcinoma del colon-retto (Cao et al, 2023; Irizarry et al. 2009).

– livelli di folati ematici superiori al valore mediano (>17,5 nmol/L nei soggetti sani) sono stati associati ad un alto rischio di cancro ai polmoni tra i fumatori, peraltro aumentato se si è anche in corso di fortificazione con acido folico (Stanisławska-Sachadyn et al. 2019).

In altre parole, nei forti fumatori, la cancerogenicità del fumo risulta maggiorata dall’assunzione di grandi quantità di acido folico.

 

La leggerezza con cui viene dispensata un’integrazione di 5mg di acido folico (ricordo che è pari ad oltre 5 volte il massimo raccomandato, includendo anche il folato dal cibo), ogni giorno, per anni, se si hanno problemi cardiocircolatori opppure iperomocisteinemia, è quantomeno preoccupante.

Perché l’acido folico NON è acqua.

Peraltro, secondo la teoria dei folati equivalenti, l’integrazione di 1 mcg di acido folico di sintesi equivale al doppio di folati da cibo, ovvero la fonte naturale di folati per il nostro organismo (National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. 1998). Il sovraccarico da integrazione è quindi molto facile e, secondo il Rapporto ISS 2006, “elevate assunzioni di acido folico determinano la presenza di forme ossidate nel sangue, esponendo i tessuti ad una forma chimica della vitamina non fisiologica”.

 

Le opinioni dei singoli, quindi, anche se medici, non possono modificare la biologia del nostro corpo e una vitamina che, per sua stessa natura, è coinvolta nella sintesi del DNA, il che la rende un probabile fattore di crescita per le cellule neoplastiche (Mason et al. 2007), non può essere “sdoganata”, ma occorre comprenderne il ruolo e modularne i potenziali effetti attraverso una integrazione responsabile e personalizzata, nonché solo se necessaria, valutandone prima i livelli ematici.

 

Lascio quindi ai lettori la scelta di accettare o meno che l’acido folico ad alto dosaggio (>1 mg/die) sia “sdoganabile” in oncologia.

Aggiungo soltanto che, non essendo cambiata l’azione fisiologica metabolica della vitamina B9, sdoganarla, come se la sua azione biologica fosse una moda, suona più come una necessità di mercato piuttosto che un reale avanzamento delle frontiere della conoscenza scientifica.

Inoltre, la maggior parte degli studi viene condotta sui topi, che hanno naturalmente un metabolismo dell’acido folico, e la sua relativa capacità di smaltimento, molto più efficienti rispetto agli umani, potendo quindi risultare in falsi negativi i risultati ottenuti su tale specie, ovvero non manifestare alcun effetto da eccesso di supplementazione perchè per la specie murina certi dosaggi non risultano alti come nell’uomo (Munezero et al. 2025).

 

I dati qui esposti sottolineano la necessità di approcci personalizzati per la gestione dei livelli di acido folico, senza discostarsi da integrazioni e livelli, entrambi fisiologici, ovvero senza carenze, né eccessi, applicando il principio di precauzione. Il consiglio è di potenziare gli alimenti che naturalmente contengono folati, integrando dosi minime di acido folico, anche metilato.

Di seguito viene proposta una tabella per migliorare la propria assunzione naturale di folati, dalla quale si evince che una normale giornata alimentare può coprire ampiamenti i fabbisogni di tale preziosa vitamina, arrivando ad oltre 470mcg, soltanto con una colazione con pane integrale spalmato con un cucchiaio di tahini (crema di sesamo), snack con 100g di avocado e un frutto di stagione, un pasto con 2 etti di fagioli cannellini cotti e un’insalatona in cui aggiungere 25g di radicchio e 25g di spinacini. Ovviamente, nell’arco della giornata si mangerà molto altro, che apporterà o meno acido folico, ma di certo, focalizzandosi su questi 10 alimenti si potrà coprire più facilmente il proprio fabbisogno quotidiano di vitamina B9.

In sintesi, è più semplice di quanto si pensi. Forse ricorrere all’integratore non è sempre così necessario, basterebbe farsi seguire per avere una dieta più equilibrata.

 

*una ricerca peer-reviewed è uno studio scientifico validato da esperti dello stesso settore e indipendenti, prima della sua pubblicazione. Questo processo funge da filtro e garantisce che la metodologia, i dati e le conclusioni siano rigorosi, scienticamente validi e affidabili.

Le informazioni sul contenuto di folati per 100g di alimento sono state tratte dalla banca dati americana USDA;
il riferimento del fabbisogno giornaliero di folati è stato tratto dalle tabelle SINU-LARN, che stabiliscono i livelli di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana, suddivisi per fasce di età, consultabili liberamente sul sito www.sinu.it

 

 Riferimenti bibliografici

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